Ritornano in libreria I poeti della Scuola siciliana, l’opera in tre volumi pubblicata da Mondadori nel 2008 e considerata un punto di riferimento per lo studio delle origini della poesia italiana. La ristampa è uscita nel settembre 2026 e ripropone l’edizione critica promossa dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani. La raccolta comprende 337 componimenti che documentano la produzione poetica sviluppatasi nel Duecento alla corte di Federico II e la sua successiva diffusione in Toscana. Nell’ambiente culturale della corte federiciana il volgare siciliano venne impiegato nella composizione di testi poetici che accoglievano e rielaboravano i modelli della lirica provenzale, dando vita a una tradizione destinata a influenzare la poesia italiana nei secoli successivi.

L’edizione si articola in tre volumi che permettono di seguire lo sviluppo e la trasmissione di questa tradizione poetica. Il primo, a cura di Roberto Antonelli, è interamente dedicato a Giacomo da Lentini, il Notaro, figura centrale della Scuola e tradizionalmente considerato l’inventore del sonetto, una forma metrica che avrebbe conosciuto una fortuna straordinaria nella letteratura europea. Il secondo volume, diretto da Costanzo Di Girolamo, comprende i componimenti dei poeti della corte di Federico II, restituendo la varietà degli autori e delle esperienze letterarie maturate nell’ambiente federiciano, mentre il terzo, diretto da Rosario Coluccia, raccoglie la produzione dei poeti siculo-toscani, attraverso i quali la tradizione inaugurata dai Siciliani venne accolta e progressivamente rielaborata in un diverso contesto linguistico e culturale. La suddivisione consente di osservare come quella poesia, nata nell’ambito della corte imperiale, abbia continuato a circolare anche dopo la conclusione dell’esperienza sveva, contribuendo alla formazione di una tradizione lirica che avrebbe trovato ulteriori sviluppi nella Toscana del Duecento.

Per la storia della lingua siciliana, l’interesse dell’opera è legato soprattutto alle vicende della trasmissione dei testi, poiché gran parte della produzione della Scuola è giunta fino a noi attraverso manoscritti copiati in Toscana, nei quali i tratti linguistici originari furono adattati, in misura variabile, al volgare dei copisti. Questa circostanza ha reso particolarmente complesso il lavoro dei filologi, chiamati a distinguere, per quanto possibile, gli elementi riconducibili alla lingua degli autori da quelli introdotti durante la trasmissione manoscritta. Una testimonianza di particolare importanza è costituita dalla canzone Pir meu cori alligrari di Stefano Protonotaro, conservata in veste linguistica siciliana grazie alla trascrizione cinquecentesca di Giovanni Maria Barbieri, che ebbe accesso a un manoscritto successivamente perduto. Il confronto tra questa testimonianza e i componimenti tramandati dai canzonieri toscani permette di comprendere quanto la tradizione manoscritta abbia inciso sulla fisionomia linguistica dei testi giunti fino a noi e perché lo studio della Scuola siciliana richieda un’attenta considerazione delle fonti.

La ristampa rende nuovamente disponibile un lavoro scientifico che, attraverso l’esame dei manoscritti, gli apparati filologici e il commento ai componimenti, consente di affrontare la produzione poetica siciliana nella complessità della sua storia testuale e linguistica. È proprio questa dimensione a rendere l’opera interessante anche per quanti si occupano della storia del siciliano, poiché lo studio della lingua letteraria del Duecento richiede di confrontarsi con testimonianze che non sempre ne conservano direttamente le caratteristiche originarie. I testi della Scuola Siciliana costituiscono dunque una fonte essenziale per indagare una fase della storia linguistica dell’Isola, tenendo conto della distanza che separa il volgare letterario medievale dalle varietà siciliane moderne e delle trasformazioni intervenute nel corso della tradizione manoscritta.