
Ignazio Buttitta e la lingua siciliana
Era il 19 settembre 1899 e a Bagheria nasceva uno dei poeti che più di altri avrebbe dedicato la propria vita e le proprie opere alla Sicilia e alla lingua siciliana, facendo della propria esperienza personale e collettiva la materia di una poesia capace ancora oggi di interrogarci sul ruolo che una lingua assume nella vita di una comunità e sulla sua capacità di essere trasmessa da una generazione all’altra.
Che cosa accade, infatti, a una comunità quando smette di trasmettere la propria lingua?
Buttitta (1899-1997) attraversò quasi tutto il Novecento, vivendo le guerre mondiali, conoscendo il fascismo, le lotte contadine, l’emigrazione, la povertà e le profonde trasformazioni che cambiarono il volto della società siciliana, e decise di raccontare quel mondo attraverso la lingua che aveva ricevuto fin dall’infanzia e che sentiva come propria, il siciliano, la sua lingua madre.
Una lingua che diventa poesia
Buttitta non arrivò alla letteratura attraverso un tradizionale percorso accademico, perché dopo la licenza elementare lavorò nella salumeria del padre e successivamente intraprese l’attività di commerciante, ma l’interesse per la poesia si manifestò molto presto nella sua vita e divenne progressivamente lo strumento attraverso il quale raccontare ciò che vedeva, ciò che viveva e soprattutto quella Sicilia popolare che sarebbe rimasta al centro di gran parte della sua produzione. Nel 1923 pubblicò Sintimintali e nel 1928 Marabedda, mentre negli stessi anni frequentava poeti e intellettuali siciliani e partecipava alla vita culturale dell’isola, arrivando anche alla condirezione della rivista palermitana La trazzera, che sarebbe stata soppressa nel 1929 durante il regime fascista. Treccani definisce quella di Buttitta una produzione di «ispirazione popolare e insieme consapevolmente letteraria», una formula che aiuta a comprendere come il siciliano utilizzato dal poeta non possa essere considerato una semplice trascrizione della lingua parlata, perché dentro i suoi versi la parola quotidiana viene scelta e organizzata fino ad acquistare forza espressiva e capacità narrativa. Il siciliano diventa così una vera lingua poetica, capace di raccontare il lavoro e la fame, le ingiustizie sociali, l’emigrazione, l’amore, la morte e le speranze di un popolo, senza perdere il legame con la realtà dalla quale quelle parole provengono e senza rinunciare alla propria storia. Questo percorso trova una delle sue tappe più importanti nel 1954 con la pubblicazione di Lu pani si chiama pani, accompagnato dalla traduzione italiana di Salvatore Quasimodo, alla quale seguiranno opere come La peddi nova, La paglia bruciata, Io faccio il poeta, Il poeta in piazza e Pietre nere, attraverso le quali la poesia di Buttitta riuscirà a superare anche i confini della Sicilia e dell’Italia.
Lingua e dialettu
È tuttavia in Lingua e dialettu, componimento del 1970, che Buttitta affida alla poesia una delle riflessioni più forti sul rapporto tra un popolo e la propria lingua, costruendo fin dai primi versi un contrasto che non lascia molto spazio all’equivoco. Un popolo può essere messo in catene, spogliato, privato del lavoro, del passaporto, del letto in cui dormire e perfino della possibilità di sedersi a tavola, eppure per il poeta conserva ancora qualcosa che nessuna di queste privazioni è riuscita a sottrargli.
Il passaggio decisivo arriva quando Buttitta scrive
Un populu,
diventa poviru e servu
quannu ci arrobbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Nel momento in cui a un popolo viene rubata la lingua ricevuta dai padri, gli viene negata la possibilità di riconoscersi, di esprimersi attraverso parole che gli appartengono e di mantenere vivo il legame con la propria storia. È questo, a mio avviso, il centro di Lingua e dialettu, perché Buttitta attribuisce alla lingua ricevuta dai padri un valore che riguarda direttamente la libertà di un popolo. Si può perdere quasi tutto e continuare a possedere qualcosa di sé, mentre quando viene meno la propria lingua si rischia di perdere anche lo strumento attraverso il quale una comunità ha raccontato il mondo, ha riconosciuto se stessa e ha consegnato la propria esperienza alle generazioni successive.
Una chitarra che perde le corde
Per spiegare questo processo Buttitta non ricorre a definizioni astratte, ma utilizza alcune immagini che ancora oggi conservano una straordinaria efficacia, tra le quali spicca quella della «chitarra du dialettu», che il poeta prova ad accordare mentre giorno dopo giorno perde una delle proprie corde. La forza di questa immagine consiste proprio nella sua semplicità, perché una lingua può continuare apparentemente a esistere e a essere riconosciuta come tale anche mentre perde progressivamente parti di sé, quando alcune parole non vengono più comprese, determinate costruzioni smettono di essere utilizzate oppure una generazione, pur continuando a capire la lingua dei genitori e dei nonni, decide di non trasmetterla più ai propri figli. La chitarra rimane ancora una chitarra, ma dispone di un numero sempre minore di corde sulle quali poter suonare, e allo stesso modo una lingua può continuare a essere presente nella memoria di una comunità mentre si restringono gli spazi nei quali viene realmente utilizzata. A questa immagine Buttitta ne affianca un’altra, quella di una tela tessuta dagli antenati con la lana delle pecore siciliane, che il poeta riceve da chi è venuto prima di lui e cerca a sua volta di ricucire, quasi a suggerire che ogni generazione non riceva una lingua già conclusa e immutabile, ma un patrimonio che deve essere continuamente utilizzato, trasformato e consegnato a chi viene dopo.
La lingua ha la voce della madre
La riflessione diventa ancora più intima quando Buttitta paragona la perdita della lingua alla perdita della madre, lasciando però alla comunità qualcosa che di quella madre continua a sopravvivere, nella voce, nella cadenza, nei gesti, nella somiglianza e nello sguardo. È forse uno dei passaggi nei quali l’intuizione poetica di Buttitta si avvicina maggiormente a ciò che la linguistica ci permette di osservare, perché una lingua non è mai composta soltanto da un insieme di parole che possono essere raccolte in un vocabolario, ma vive anche attraverso i suoni, le cadenze, le costruzioni, i modi di dire e tutte quelle forme attraverso le quali una comunità organizza e comunica la propria esperienza. Quando una lingua passa da una generazione all’altra non vengono quindi trasmesse soltanto delle parole, ma anche modi di pronunciarle, di combinarle, di attribuire loro significato e perfino di utilizzarle in determinati contesti familiari e sociali, ed è proprio questa continuità a permettere alla lingua di rimanere viva pur continuando inevitabilmente a cambiare. Per questo la perdita descritta da Buttitta non coincide semplicemente con la scomparsa di alcuni termini siciliani, ma riguarda soprattutto l’interruzione di quel rapporto attraverso il quale una generazione consegna alla successiva una parte della propria esperienza linguistica.
Una lingua che va trasmessa e difesa
La difesa della trasmissione del siciliano assume un significato ancora più importante se la collochiamo dentro la storia linguistica dell’Italia unita, perché a partire dal 1861 l’italiano divenne progressivamente la lingua dello Stato, dell’amministrazione e della scuola, entrando nella vita di popolazioni che fino a quel momento avevano utilizzato prevalentemente le proprie varietà locali e avviando anche in Sicilia un lungo processo di italianizzazione destinato a modificare profondamente gli usi linguistici delle famiglie e delle nuove generazioni. È dentro questa storia che acquistano un significato particolare le parole di Buttitta, perché la sua preoccupazione per una lingua che perde progressivamente le proprie corde nasce in una Sicilia nella quale il siciliano continuava a essere parlato, ma cominciava nello stesso tempo a perdere spazi, funzioni e soprattutto la certezza di essere trasmesso da una generazione all’altra. La trasmissione diventa allora fondamentale perché una comunità possa continuare a riconoscersi nella propria lingua e mantenere vivo quel legame con la propria storia, con la propria memoria e con la propria identità che Buttitta considera parte essenziale della libertà di un popolo. Continuare a trasmettere il siciliano non comporta però trattarlo come un oggetto da museo, perché anche dopo l’unificazione italiana la lingua siciliana ha continuato a trasformarsi, modificando parole, pronunce, costruzioni e significati, entrando in contatto sempre più stretto con l’italiano e cambiando anche gli ambiti nei quali veniva utilizzata. È accaduto al siciliano durante tutta la sua storia e continua ad accadere ancora oggi, perché il cambiamento appartiene alla vita stessa delle lingue e non rappresenta necessariamente un impoverimento, poiché una lingua che cambia continua a essere una lingua viva, utilizzata dai propri parlanti per raccontare una realtà che inevitabilmente cambia insieme a loro. La questione posta da Buttitta riguarda qualcosa di diverso, perché una lingua può continuare a trasformarsi soltanto finché continua anche a essere parlata e trasmessa, mentre quando diminuiscono le persone che la utilizzano, si restringono gli spazi nei quali può essere ascoltata e soprattutto viene meno il passaggio dai genitori ai figli, non siamo più soltanto davanti al naturale cambiamento di una lingua, ma davanti alla progressiva interruzione della sua trasmissione.
Buttitta oggi
Nel 1972 Ignazio Buttitta ricevette il Premio Viareggio e nel 1980 l’Università di Palermo gli conferì la laurea honoris causa in materie letterarie, riconoscimenti che testimoniano quanto la sua produzione fosse ormai entrata pienamente nel panorama culturale italiano, mentre la sua morte, avvenuta a Bagheria il 5 aprile 1997, non ha interrotto l’interesse verso un’opera che continua ancora oggi a essere letta e studiata. Manoscritti, documenti, fotografie e materiali audiovisivi relativi alla sua vita e alla sua attività sono oggi conservati nell’Archivio Ignazio Buttitta della Fondazione che porta il suo nome, ma l’eredità più importante del poeta rimane nelle opere e soprattutto nella capacità che quelle parole conservano di porre domande anche a chi vive in una Sicilia molto diversa da quella attraversata da Buttitta. A centoventisette anni dalla sua nascita, Lingua e dialettu continua infatti a interrogarci su cosa significhi trasmettere una lingua e su ciò che una comunità rischia di perdere quando quella trasmissione si interrompe, una domanda alla quale non possiamo rispondere affidandoci soltanto alla nostalgia per un passato che non tornerà. Il siciliano può essere studiato nella sua storia, nelle sue varietà, nel suo lessico, nella sua grammatica e nei suoi suoni, può essere conosciuto attraverso gli autori che nel corso dei secoli lo hanno utilizzato e soprattutto può essere trasmesso alle nuove generazioni senza pretendere che rimanga identico a quello parlato dai loro nonni. Buttitta scelse di farlo attraverso la poesia e ci ha lasciato l’immagine di una tela ricevuta da chi era venuto prima di lui, una tela che nessuna generazione può limitarsi semplicemente a conservare, perché per continuare a vivere deve essere ripresa, ricucita e consegnata ancora una volta a chi verrà dopo.
