Tra le denominazioni che la Sicilia ha ricevuto nel corso della sua storia, Trinacria occupa un posto particolare per la sua antichità e per il legame con la conformazione geografica dell’isola. Il nome compare nelle testimonianze degli storici greci, che lo consideravano anteriore a Sicania e Sicilia, e conserva una relazione con la tradizione omerica, nella quale viene ricordata un’isola dal nome molto simile a Trinacria. Per ricostruirne l’origine del nome occorre esaminare le forme linguistiche tramandate dalle fonti antiche e il significato che esse assunsero nella descrizione del territorio siciliano.

Il nome Trinacria, attestato nella forma greca Τρινακρία (Trinakría), veniva interpretato dagli autori antichi in riferimento ai tre promontori dell’isola. Questa spiegazione collega la denominazione agli elementi greci τρι- (tri-), «tre», e ἄκρα (ákra), «estremità» o «promontorio». La tradizione geografica greca riconosceva infatti nella conformazione triangolare della Sicilia la ragione del nome, senza che tale interpretazione chiarisca definitivamente il suo rapporto originario con la forma omerica Θρινακίη (Thrinakíē).

La configurazione dell’isola viene individuata attraverso tre promontori che ne delimitano il territorio. Capo Peloro, l’odierno Capo Faro, situato all’estremità nordorientale, segna l’ingresso dello Stretto di Messina, mentre Capo Pachino, oggi Capo Passero, costituisce il vertice sudorientale. Capo Lilibeo, l’attuale Capo Boeo presso Marsala, identifica invece l’estremità occidentale. Questi riferimenti geografici compaiono nelle descrizioni degli autori antichi, che riconoscevano nella disposizione delle coste il carattere distintivo della Sicilia.

Trinacria nelle testimonianze degli storici greci

Una delle testimonianze più importanti si trova nella Guerra del Peloponneso di Tucidide, storico ateniese vissuto nel V secolo a.C. Nel secondo capitolo del sesto libro, dedicato alle popolazioni che abitarono la Sicilia prima dell’arrivo dei coloni greci, Tucidide riferisce che l’isola era precedentemente chiamata Trinacria (Τρινακρία, Trinakría) e che avrebbe assunto il nome di Sicania (Σικανία, Sikanía) in seguito all’insediamento dei Sicani. Secondo la ricostruzione dello storico, questi ultimi provenivano dalla penisola iberica, dalla quale sarebbero stati allontanati dai Liguri. Successivamente i Siculi, chiamati in greco Σικελοί (Sikeloí), attraversando lo stretto dalla penisola italiana, si sarebbero stabiliti nell’isola, determinando l’affermazione della denominazione Σικελία (Sikelía), da cui deriva il nome Sicilia.

La successione proposta da Tucidide attesta l’antichità attribuita al nome Trinacria, ma deve essere considerata nel contesto delle conoscenze storiche del suo tempo. Le informazioni sulle origini dei Sicani e dei Siculi derivavano da tradizioni che gli autori greci cercavano di organizzare in una narrazione delle prime fasi del popolamento dell’isola. Il racconto documenta dunque una memoria onomastica, ma non consente di stabilire con certezza quando Trinacria sia entrato nell’uso o per quanto tempo sia rimasto una denominazione del territorio.

La medesima successione compare nella Biblioteca storica di Diodoro Siculo, autore del I secolo a.C., originario di Agirio, l’attuale Agira. All’inizio del quinto libro, Diodoro ricorda che l’isola era stata chiamata Trinacria per la sua forma e che successivamente aveva ricevuto il nome di Sicania dai Sicani e quello di Sicilia dai Siculi. Lo storico collega l’origine della prima denominazione a una caratteristica geografica, mentre riconduce le successive ai nomi delle popolazioni che abitarono il territorio. Il suo resoconto permette di osservare come, nella tradizione antica, uno stesso luogo potesse essere identificato attraverso elementi del paesaggio oppure mediante il riferimento alle comunità che vi si erano insediate.

L’interpretazione geografica viene ripresa anche da Strabone, vissuto tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Nel secondo capitolo del sesto libro della Geografia, egli descrive la Sicilia come un’isola di forma triangolare, precisando che proprio questa caratteristica aveva determinato la denominazione Trinacria. Strabone identifica i promontori di Peloro, Pachino e Lilibeo e ne considera la disposizione per descrivere l’orientamento delle coste. Aggiunge inoltre che il nome Trinacria sarebbe stato successivamente modificato in Thrinakia, forma ritenuta più gradevole nella pronuncia. La sequenza indicata da Strabone procede tuttavia in senso opposto a quello suggerito dalla filologia, perché la forma più antica fra quelle documentate è Thrinakíē, già presente nell’Odissea, e ciò mostra come la tradizione geografica cercasse di spiegare le varianti del nome secondo un ordine che i dati linguistici non confermano.

Thrinakíē e l’isola di Helios nell’Odissea

Il rapporto fra queste denominazioni acquista particolare interesse quando si risale ai poemi omerici. Nell’Odissea compare infatti il nome greco Θρινακίη (Thrinakíē), riferito all’isola dove pascolano le mandrie sacre di Helios, il dio del Sole. L’isola viene menzionata nell’undicesimo libro, quando l’indovino Tiresia avverte Ulisse dei pericoli che incontrerà durante il viaggio verso Itaca. Nel dodicesimo libro la stessa indicazione viene ripresa da Circe e il racconto trova il suo compimento quando i compagni dell’eroe, spinti dalla fame, uccidono alcuni animali consacrati al dio, provocando la punizione divina e la distruzione della nave.

Opera: Le mandrie di Helios, di Friedrich Preller il Vecchio, 1834–1836.

L’identificazione dell’isola omerica con la Sicilia si affermò nella tradizione geografica successiva, favorita dalla somiglianza tra Thrinakíē e Trinakría. Dal punto di vista linguistico, tuttavia, le due forme presentano differenze che non possono essere trascurate. Il nome omerico comincia con la consonante θ (th), mentre Trinakría presenta τ (t) e contiene una seconda ρ (r), assente nella forma dell’Odissea. Queste divergenze hanno attirato l’attenzione dei filologi e hanno dato origine a interpretazioni differenti.

Nel Greek-English Lexicon di Henry George Liddell, Robert Scott e Henry Stuart Jones, la forma Θρινακίη viene collegata al sostantivo greco θρῖναξ (thrînax), che indicava una forca a tre rebbi utilizzata anche nei lavori agricoli. Il lessico registra inoltre la successiva identificazione dell’isola omerica con la Sicilia e la forma Τρινακρία, interpretata attraverso i termini che indicano i tre promontori. Questo collegamento suggerisce un possibile processo di reinterpretazione etimologica, attraverso il quale una denominazione più antica sarebbe stata avvicinata a elementi linguistici capaci di richiamare la particolare forma dell’isola.

In linguistica storica, un procedimento di questo genere può essere ricondotto all’etimologia popolare, fenomeno per cui i parlanti reinterpretano una parola, specialmente quando la sua origine non è più trasparente, associandola ad altre parole conosciute. Nel caso di Trinacria, tale ricostruzione offre una spiegazione del rapporto fra le varianti antiche, pur lasciando aperte alcune fasi della loro formazione. La presenza di Thrinakíē nell’Odissea non dimostra inoltre che Omero intendesse indicare la Sicilia storica. La sua identificazione con l’isola appartiene alla tradizione interpretativa sviluppatasi successivamente.

La Sicilia triangolare nella letteratura latina

La conformazione triangolare della Sicilia continuò a essere richiamata anche nella letteratura latina, attraverso espressioni che ne descrivevano i tre vertici. Nel primo libro del De rerum natura, Lucrezio, ricordando il filosofo Empedocle di Agrigento, utilizza l’espressione latina triquetris terrarum […] in oris, riferita alle coste triangolari dell’isola che aveva dato i natali al pensatore. Triquetris è la forma di ablativo plurale dell’aggettivo triquetrus, che indica ciò che ha tre angoli, anche se l’origine del secondo elemento del composto resta discussa, e mostra come la configurazione geografica dell’isola fosse divenuta un elemento riconoscibile anche nella rappresentazione poetica della Sicilia.

Un riferimento ancora più esplicito compare nelle Metamorfosi di Ovidio. Nel tredicesimo libro, descrivendo il viaggio dei Troiani verso le coste siciliane, il poeta presenta l’isola attraverso l’espressione tribus haec excurrit in aequora linguis, che possiamo tradurre come «questa si protende nel mare con tre lingue». I versi successivi identificano le tre estremità con i promontori di Pachino, Lilibeo e Peloro, considerandone l’orientamento rispetto ai venti e al mare. Nel quinto libro dello stesso poema compare inoltre la forma latina Trinacris, impiegata nel racconto mitologico del gigante Tifeo, il cui corpo sarebbe stato imprigionato sotto la Sicilia. Anche in questo episodio Ovidio richiama i tre promontori, associandoli alle parti del corpo del gigante e inserendo così la conformazione dell’isola nella narrazione mitologica. L’uso di queste espressioni documenta la continuità della tradizione geografica greca nella cultura letteraria romana. I poeti latini recuperavano la descrizione triangolare dell’isola e la adattavano alle esigenze del linguaggio poetico, conservando il riferimento ai promontori anche quando non utilizzavano direttamente il nome Trinacria.

Trinacria nella tradizione medievale

La denominazione attraversò anche la cultura letteraria medievale. Dante Alighieri, nell’ottavo canto del Paradiso, utilizza l’espressione «la bella Trinacria» per indicare la Sicilia e richiama nella descrizione i promontori di Pachino e Peloro, insieme al paesaggio dominato dall’attività vulcanica dell’Etna. Il riferimento compare nel discorso di Carlo Martello e si inserisce in una riflessione sulle vicende dinastiche dell’Italia meridionale. L’impiego del nome dimostra che l’antica denominazione greca continuava a essere riconoscibile nella tradizione letteraria italiana, molti secoli dopo l’affermazione del toponimo Sicilia.

Nel Medioevo Trinacria assunse anche un significato politico. In seguito alla pace di Caltabellotta del 1302, che pose fine alla prima fase della guerra del Vespro fra Angioini e Aragonesi, Federico d’Aragona ottenne il riconoscimento del proprio dominio sull’isola con il titolo di re di Trinacria. La denominazione consentiva di distinguere il regno insulare da quello rivendicato dagli Angioini. L’antico nome geografico veniva così recuperato per identificare una realtà politica, conservando il riferimento territoriale che aveva caratterizzato il suo uso nella tradizione precedente.

La triscele e il simbolo della Sicilia

Alla storia del nome Trinacria si collega infine quella della triscele, il simbolo formato da tre gambe piegate e disposte intorno a un centro comune, oggi presente nella bandiera della Regione Siciliana. Il termine deriva dal greco τρισκελής (triskelḗs), «a tre gambe», formato da τρι- (tri-), «tre», e σκέλος (skélos), «gamba». La sua origine linguistica è dunque distinta da quella di Trinacria, anche se l’associazione fra il simbolo e la conformazione triangolare dell’isola si consolidò nel corso della storia, tanto che nell’uso comune il simbolo stesso viene spesso chiamato «trinacria», segno di quanto i due termini si siano intrecciati nella percezione moderna.

La triscele era conosciuta nel mondo antico anche al di fuori della Sicilia e compare nella monetazione di diverse città greche. Nell’isola è attestata, fra l’altro, nelle emissioni siracusane dell’età di Agatocle, tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C. Successivamente la figura venne utilizzata come emblema geografico della Sicilia, talvolta con una testa gorgonica al centro e con spighe di grano disposte fra le gambe. La presenza delle spighe richiama la fertilità agricola dell’isola, mentre la disposizione delle gambe conserva il motivo figurativo che la tradizione ha progressivamente associato ai suoi tre promontori.

Fonti e riferimenti bibliografici

Testimonianze greche

  • Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI, 2, 2–5, sulla successione Trinacria, Sicania e Sicilia.
  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, V, 2, 1–2, sulla forma dell’isola e sulle denominazioni antiche.
  • Strabone, Geografia, VI, 2, 1, sulla conformazione triangolare e sulle varianti del nome.
  • Omero, Odissea, XI, 107 e XII, 127–141, sull’isola di Thrinakíē e sulle mandrie di Helios.

Testimonianze latine e medievali

  • Lucrezio, De rerum natura, I, 716–719, sul riferimento alle coste triangolari della Sicilia.
  • Ovidio, Metamorfosi, V, 347–353 e XIII, 723–727, sulla forma dell’isola, i suoi promontori e la denominazione Trinacris.
  • Dante Alighieri, Paradiso, VIII, 67–70, sull’impiego letterario del nome Trinacria.

Fonti lessicografiche e storiche

  • Liddell, H. G., Scott, R., Jones, H. S., A Greek-English Lexicon, voci Θρινακίη e θρῖναξ.
  • Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Trinacria, Enciclopedia on line.
  • Longo, A., Triscele, in Enciclopedia dell’Arte Antica, 1966.
  • Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Caltabellotta, Enciclopedia Italiana.