Il futuro del siciliano non dipende soltanto dalla sua presenza nel parlato, ma anche dagli strumenti con cui può essere studiato, insegnato e trasmesso.

Quando si parla del futuro del siciliano, la preoccupazione più diffusa riguarda quasi sempre la sua sopravvivenza nel parlato quotidiano. Si teme che le nuove generazioni smettano progressivamente di usarlo, che le famiglie lo trasmettano sempre meno e che, con il passare del tempo, finisca per restare confinato in contesti sempre più marginali. È una preoccupazione comprensibile, ma rischia di concentrare tutta l’attenzione su un solo aspetto della questione, perché la fragilità del siciliano non riguarda soltanto la possibilità che venga parlato meno, ma anche dalla disponibilità di strumenti che consentano di studiarlo, insegnarlo, scriverlo e pubblicarlo. È anche su questo terreno, meno immediatamente visibile ma non meno importante, che si decide una parte del suo futuro.

Per capire perché conviene distinguere due piani della vita di una lingua, diversi ma strettamente collegati. Da una parte ci sono gli usi quotidiani, fatti di conversazioni in famiglia, battute tra amici, espressioni apprese senza uno studio formale, canzoni, video e comunicazione sui social. Dall’altra esiste una dimensione più formalizzata, nella quale entrano in gioco libri, grammatiche, vocabolari, ricerca, insegnamento ed editoria. Il siciliano continua a circolare nel primo ambito e ha trovato negli ultimi anni nuovi spazi di visibilità anche nel digitale, mentre appare più fragile nel secondo, dove gli strumenti disponibili sono ancora frammentari e non sempre adeguati alle esigenze della scuola, della ricerca e della produzione editoriale. È soprattutto qui che serve un lavoro più continuo, perché una lingua può restare viva nell’uso quotidiano e, nello stesso tempo, avere difficoltà a costruire gli strumenti necessari per essere studiata e trasmessa in maniera consapevole.

A questa prima distinzione se ne collega un’altra, che nel dibattito pubblico viene spesso confusa con la precedente. Il siciliano appartiene ai siciliani e nessuno può rivendicarne un possesso esclusivo, perché una lingua appartiene innanzitutto alla comunità che la usa e che attraverso di essa ha costruito una parte della propria storia. Il rapporto che ciascuno intrattiene con la propria lingua può essere familiare, affettivo e identitario e non richiede alcuna competenza tecnica per essere autentico o legittimo. Studiare quella stessa lingua, però, significa compiere un’operazione diversa, perché richiede il confronto con la linguistica, con la storia delle parole, con la grammatica, con le varietà territoriali e con i processi attraverso i quali, nel corso dei secoli, sono cambiati i modi di parlare dei siciliani.

I due piani non sono in competizione e, se messi in relazione correttamente, possono anzi rafforzarsi a vicenda. Tenerli distinti serve però a evitare due estremi che finiscono entrambi per impoverire il discorso sulla lingua. Da una parte c’è una retorica identitaria che rischia di celebrare il siciliano senza conoscerne davvero la storia e la complessità, dall’altra può esserci una ricerca che, quando non dialoga con la comunità dei parlanti, corre il rischio di osservare la lingua soltanto come oggetto di studio e di perdere di vista il fatto che quella lingua continua a vivere nelle pratiche quotidiane delle persone.

Da qui deriva anche un modo diverso di intendere la valorizzazione. Le manifestazioni culturali, le giornate dedicate e le iniziative simboliche possono certamente contribuire a dare visibilità al siciliano, ma non possono essere considerate sufficienti, perché una lingua ha bisogno anche di strumenti concreti che permettano di conoscerla e di usarla con maggiore consapevolezza. Servono vocabolari, libri, materiali didattici, studi affidabili e occasioni nelle quali il siciliano possa essere incontrato senza essere ridotto a caricatura o trasformato in semplice elemento folkloristico. Strumenti di questo tipo non nascono soltanto dall’entusiasmo o dalla buona volontà, ma richiedono tempo, competenza, verifica delle fonti e capacità di confrontare dati diversi.

Uno dei luoghi nei quali questo lavoro può diventare particolarmente significativo è la scuola, dove non si tratta di sostituire l’italiano né di trasformare il siciliano in una materia imposta, ma di riconoscere che la storia linguistica della Sicilia può diventare una risorsa educativa. Una parola può raccontare secoli di incontri tra popoli, mostrare come cambiano suoni e significati e aiutare i bambini a comprendere che le lingue non sono realtà immobili. Lo stesso vale per l’editoria destinata all’infanzia, perché portare il siciliano nei libri scolastici gli permette di entrare in uno spazio nel quale la lingua siciliana è stata presentata come un problema più che una risorsa. Sussidi e attività didattiche possono apparire strumenti semplici, ma danno alla lingua madre l’occasione di presentare il siciliano come una lingua che può essere studiata e approfondita.

A questi due ambiti si aggiunge inevitabilmente quello digitale, che oggi rappresenta uno dei principali luoghi della comunicazione quotidiana. Telefoni, social network, video e piattaforme online hanno dato al siciliano una possibilità di circolazione che fino a pochi anni fa sarebbe stata difficilmente immaginabile, ma proprio questa maggiore visibilità che si rende ancora più necessario disporre di strumenti capaci di distinguere una testimonianza personale da una ricostruzione linguistica, una variante locale da una forma proposta come generale e un’etimologia documentata da una spiegazione suggestiva ma priva di fondamento. Non si tratta di limitare la libertà con cui le persone usano la propria lingua, ma di rendere riconoscibile la differenza tra l’uso spontaneo e l’affermazione che pretende di avere valore scientifico.

È in questo spazio che la linguistica può assumere un ruolo riconoscibile, non per stabilire chi abbia il diritto di parlare siciliano o per sottrarre la lingua alla comunità che la usa, ma per mettere a disposizione strumenti che permettano di comprenderne la storia, la varietà e i cambiamenti. Quando si passa dall’uso spontaneo della lingua alla sua descrizione, alla ricostruzione dell’origine di una parola, alla scelta di una grafia o alla preparazione di un materiale destinato alla scuola e all’editoria, non basta infatti affidarsi alla propria esperienza di parlante, per quanto autentica possa essere. Diventano necessari il confronto con le fonti, la conoscenza delle varietà territoriali e la capacità di distinguere ciò che è documentato da ciò che appartiene alla percezione individuale o alla tradizione locale.

È precisamente in questo spazio che Sicilia Linguistica vuole collocare il proprio lavoro, cercando di mettere in relazione il rigore dello studio con la realtà dei parlanti e di trasformare la ricerca in strumenti comprensibili e utilizzabili anche fuori dagli ambienti specialistici. Non si tratta di chiedere a chi ama il siciliano di diventare linguista, ma di rendere accessibili conoscenze affidabili a chi desidera comprendere meglio la propria lingua, mantenendo nello stesso tempo un rapporto continuo con la comunità che la parla. Ricerca e divulgazione possono così incontrarsi senza confondersi, facendo della conoscenza linguistica non un confine tra specialisti e parlanti, ma uno strumento attraverso il quale una comunità può conoscere con maggiore consapevolezza il proprio patrimonio.

Conservare la memoria, quindi, non significa trasformarla in nostalgia, così come valorizzare l’uso vivo del siciliano non significa rinunciare alla verifica delle fonti o al rigore della ricerca. Significa piuttosto creare le condizioni perché quella lingua possa essere conosciuta meglio, studiata con strumenti adeguati e trasmessa anche alle generazioni che verranno. Il siciliano non ha bisogno soltanto di essere ricordato, ma di essere conosciuto, e forse è proprio da questa consapevolezza che può cominciare una nuova stagione, non soltanto per la lingua siciliana, ma per il modo in cui la Sicilia decide di guardare a una parte fondamentale del proprio patrimonio.